Il SUNIA e la CGIL Bologna giudicano profondamente insufficiente e sbagliato l’impianto del Decreto-Legge 7 maggio 2026 n. 66 “Disposizioni urgenti per il Piano Casa”, entrato in vigore l’8 maggio scorso.
Di fronte ad una emergenza abitativa sempre più drammatica, il Governo sceglie ancora una volta di puntare sulla finanziarizzazione della casa, sul partenariato pubblico-privato e sulla progressiva marginalizzazione dell’edilizia residenziale pubblica (ERP), invece di investire strutturalmente sul diritto all’abitare.
A Bologna e Città Metropolitana la situazione è da tempo grave e insostenibile. Nel 2024 in città sono stati convalidati 58 sfratti per finita locazione e 106 per morosità, nella resto della Città Metropolitana sono stati convalidati 210 sfratti per finita locazione e 261 sfratti per morosità e ci sono 2827 procedure di esecuzione di sfratti già convalidati.
Parallelamente cresce il numero delle famiglie che non riescono più a sostenere il costo dell’affitto. L’ultimo Bando Affitto 2025 del Comune di Bologna ha ricevuto 3.383 domande, mentre ci sono 6270 nuclei familiari che hanno fatto domanda di assegnazione di un alloggio ERP.
Questi numeri descrivono una vera emergenza sociale che il decreto del Governo non affronta.
L’impianto generale del provvedimento appare infatti orientato a spostare il baricentro delle politiche abitative:
dal pubblico al mercato;
dalla casa come diritto, alla casa come investimento;
dalla programmazione territoriale, alla gestione commissariale centralizzata;
dall’ERP all’edilizia sociale e convenzionata gestita anche da soggetti privati e fondi immobiliari, che ha dimostrato essere una scelta miope perché esclude larga parte del mondo del lavoro.
Il decreto introduce una sostanziale equiparazione tra edilizia residenziale pubblica, edilizia sociale ed edilizia integrata, indebolendo il ruolo centrale dell’ERP e aprendo ad una progressiva privatizzazione delle politiche abitative, affidandosi quasi esclusivamente al mercato, i cui prezzi sono aumentati senza alcun controllo.
Viene previsto un programma straordinario nazionale per il recupero del patrimonio ERP e sociale, che viene presentato dal Governo come un grande investimento pubblico, ma i 970 milioni annunciati risultano in larga parte risorse già esistenti e semplicemente riallocate da altri fondi nazionali ed europei e appena sufficienti al recupero del 50% degli alloggi pubblici sfitti censiti. Inoltre si tratta di stanziamenti distribuiti fino al 2030 e del tutto insufficienti rispetto ai bisogni reali delle città italiane. Manca un vero piano nazionale di costruzione di nuovi alloggi pubblici, mentre cresce il ruolo del partenariato pubblico-privato e di Invitalia nella gestione degli interventi.
Ancora più preoccupante è l’introduzione della figura di un Commissario straordinario con poteri amplissimi, anche in deroga a normative ordinarie. Si tratta di una scelta che rischia di esautorare Comuni e Regioni, centralizzando le decisioni e mortificando le esperienze territoriali costruite negli anni.
Per quanto attiene il fondo per la morosità incolpevole negli alloggi ERP, le risorse risultano del tutto insufficienti e vengono addirittura ridotte per il 2027. Inoltre parte della copertura economica deriva dai canoni pagati dagli stessi inquilini ERP e dal definanziamento del fondo nazionale per la morosità incolpevole. In sostanza si scaricano sulle famiglie popolari i costi della misura.
Molto grave anche il rilancio della vendita del patrimonio ERP. Ancora una volta si propone di alienare case popolari senza garantire un reale reinvestimento nel patrimonio pubblico. I proventi delle vendite finiranno infatti a ridurre il debito pubblico invece di essere destinati alla costruzione di nuovi alloggi sociali.
Il Governo, inoltre, ripropone il modello dell’affitto con riscatto rivolto a giovani e famiglie. Una scelta che insiste sul “mito della proprietà” e non affronta il vero problema: la necessità di aumentare l’offerta di affitti accessibili e pubblici.
Viene istituito il “Fondo Housing Coesione” affidandone la gestione a INVIMIT SGR e rafforzando ulteriormente il ruolo dei grandi fondi immobiliari e degli investitori privati. Si riduce così la capacità programmatoria delle Regioni e degli enti locali, mentre il diritto alla casa rischia di essere subordinato alle logiche della redditività finanziaria.
Anche le disposizioni di semplificazione previste destano preoccupazione perché accelerano procedure urbanistiche e amministrative comprimendo controlli e ruolo degli enti territoriali.
Particolarmente critici risultano infine gli articoli riferiti ai programmi infrastrutturali di edilizia integrata. Il modello proposto punta prevalentemente sull’attrazione di capitali privati e grandi investimenti immobiliari, anche esteri, mescolando edilizia convenzionata e libera. Il rischio concreto è quello di favorire nuove operazioni speculative senza garantire canoni realmente sostenibili per le famiglie popolari e il ceto medio impoverito.
Anche il cosiddetto “canone calmierato”, infatti, potrebbe restare troppo elevato rispetto ai redditi reali di lavoratori, pensionati, giovani e studenti.
L’articolo relativo agli immobili INPS, pur contenendo elementi potenzialmente positivi sul recupero di immobili pubblici inutilizzati, non prevede alcuna strategia organica di rilancio dell’ERP né un piano pubblico strutturale di assegnazione e recupero degli alloggi.
Per il SUNIA e la CGIL questo decreto non affronta le vere priorità del Paese: non rilancia davvero l’edilizia pubblica; non aumenta il patrimonio ERP; non contrasta la speculazione immobiliare; non affronta l’emergenza affitti; non garantisce canoni realmente sostenibili; favorisce fondi immobiliari e investitori privati; riduce il ruolo democratico di Comuni e territori.
Bologna e l’intero paese hanno invece bisogno dell’esatto contrario:
un grande piano nazionale per la casa pubblica;
investimenti certi e strutturali per recuperare e ampliare il patrimonio ERP;
rifinanziamento stabile del fondo affitto e della morosità incolpevole;
contrasto alla speculazione immobiliare e agli affitti brevi;
pieno coinvolgimento dei Comuni e delle realtà territoriali nella programmazione delle politiche abitative.
La casa deve tornare ad essere un diritto sociale universale e non un terreno di profitto finanziario.
Il SUNIA e la CGIL seguiranno con attenzione l’iter parlamentare del decreto, presenteranno emendamenti e promuoveranno mobilitazioni e iniziative affinché il Parlamento modifichi radicalmente un provvedimento che, così com’è, non risponde ai bisogni reali di migliaia di famiglie, lavoratori, pensionati, studenti e giovani che oggi non riescono più ad abitare Bologna.
SUNIA Bologna
CDLM-CGIL Bologna
Bologna, 14 maggio 2026